SALMO 138

La tradizione vuole che questo salmo sia stato scritto da Davide. Il salmista sa di essere alla presenza di Dio e che a lui nulla sfugge: “Tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo...”. Sa che Dio coglie il suo pensiero prima che trovi espressione vocale: “Intendi da lontano i miei pensieri”; “La mia parola non è ancora sulla lingua ed ecco, Signore, già la conosci tutta”. Dio circonda l'uomo con la sua presenza, e su di lui esercita la sua sovranità: “Poni su di me la tua mano”. Il salmista vede questo non come un'oppressione, ma come l'esercizio di un disegno ricolmo di saggezza che non sa comprendere, cioè esaurire nella sua ricchezza infinita: “Meravigliosa per me la tua conoscenza, troppo alta, per me inaccessibile"; “Quanto profondi per me i tuoi pensieri...”.
Se egli volesse allontanarsi dallo “spirito” di Dio, sottrarsi alla conoscenza di Dio non potrebbe. Il tema del fuggire dalla presenza di Dio non è soltanto un espediente per dire l'onnipresenza di Dio, ma è connesso al peccato, alla volontà di fare senza Dio. Adamo si nascose dalla presenza di Dio (Gn 3,8).
Il salmista attinge all'immaginazione: “Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti”. Egli immagina di volare con la velocità del chiarore dell'aurora e di giungere all'estremità del mare per abitarci. Egli in tal modo dovrebbe far perdere le sue tracce allo sguardo di Dio, ma sarebbe solo un'illusione: “anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra”; Dio sarebbe sua guida  anche là, pur afferrandolo, cioè pur esercitando la sua sovranità. Si deve notare che Dio non solamente afferra, ma anche guida con la sua mano, cioè orienta nuovamente l'uomo verso di lui e lo guida nel cammino della salvezza.
Il peccatore vorrebbe non avere limiti, essere come Dio. Vorrebbe salire in cielo; scendere nelle profondità degli inferi; raggiungere un punto e l'altro della terra con la velocità del chiarore dell'aurora. Ma anche se potesse far ciò non si potrebbe sottrarre a Dio.
Può solo restare sulla terra, e allora vorrebbe che Dio non lo scrutasse, che le tenebre gli impedissero di vederlo, ma continua a vederlo: “Almeno le tenebre mi avvolgano e la luce intorno a me sia notte; nemmeno le tenebre per te sono tenebre...”.
Il salmista, terminata la sequenza dei tentativi immaginari del sottrarsi dalla presenza di Dio, passa a vedersi come creatura di Dio: “Sei tu che hai formato i miei reni...”. Egli loda Dio che l'ha fatto come “una meraviglia stupenda”; con capacità di conoscere, di dominare le cose, di costruire, di inventare, di ordinare, di amare, di cantare, di comunicare il suo pensiero mediante la parola, di creare mediante l'arte, di procreare. Il salmista però non sosta sulle sue opere, ma su quelle grandi di Dio: "le riconosce pienamente l'anima mia". Il salmista è stupito del disegno di Dio sull'uomo, tanto alto che sorpassa le sue capacità di intendere: “Quanto profondi per me i tuoi pensieri...”. “erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati". Dio conosce da sempre tutto ciò che l'uomo liberamente farà nei suoi giorni, e conosce anche quanti saranno i suoi giorni.


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